Una comunità siriana comincia a ricostruire

La moschea di Ummayad prima delle distruzioni

La moschea di Ummayad dopo le distruzioni

di Robert Fisk – 27 luglio 2017

L’irregolare cumulo di pietra, tutto ciò che rimane del minareto della Grande Moschea di Aleppo, pone domande a tutti noi. Come “restauriamo” o “ripariamo” o “ricostruiamo” un gioiello della civiltà Seljuk dal quale milioni di mussulmani – forse lo stesso Saladino – erano chiamati alla preghiera cinque volte al giorno per 900 anni in una delle città più antiche del mondo? Faccio scorrere le mani su questi grandi blocchi di muratura, scheggiati, spezzati, alcuni forse riutilizzabili, altri frantumati senza speranza, incastrati con infinita cura nel 1090, meno di 25 anni dopo la battaglia di Hastings. Noto altri che fanno come me.

Mustafa Omran Kurdi ha il volto così profondamente segnato ed espressivo che potrebbe essere una mappa dell’antica Aleppo, rughe di lutto sia per la perdita di suo fratello sia per il minareto della moschea nota anche come l’Ummayad. La guerra siriana ha distrutto altri santuari, religiosi e profani. L’ISIS ha fatto saltare parti di Palmira; l’esercito siriano e i suoi nemici si sono combattuti nei gloriosi suk di Homs e Aleppo. I siriani dicono che a distruggere il minareto di Aleppo sono stati i ribelli, proprio come gli iracheni incolpano l’ISIS di aver fatto saltare il minareto “pendente” di Mosul. I seguaci dell’islamismo di Aleppo e Mosul, naturalmente, incolpano i loro avversari; è davvero raro che il regime iracheno, gli statunitensi e il regime siriano siano destinatari delle stesse accuse.

Secondo i testimoni sopravvissuti di Aleppo l’Ummayad sembra essere crollato nel corso di una tempesta di bombardamenti, anche se numerosi soldati e civili vicini alla struttura dicono di aver avvertito la vibrazione della sua caduta quando il resto della città era in un momentaneo silenzio. I ribelli dell’epoca scavavano in profondità sotto le strade di Aleppo per far avanzare le loro forze e far saltare in aria gli oppositori. Avevano semplicemente danneggiato il minareto dell’Ummayad nell’angolo nord-ovest della moschea? Non ci sarebbe voluto un gran vuoto in mezzo alle fondamenta sotterranee per squilibrare questa delicata creatura di pietra alta 35 metri. Le pietre sono oggi coperte da una benevola polvere bianca, intoccata da quando sono cadute più di due anni fa. La polvere si attacca alle mani. Non si fa molto con la polvere.

Ma Mustafa Kurdi è il supervisore della ricostruzione della Grande Moschea e se la sola energia fosse in grado di restaurare la storia lui è l’uomo per farlo. Le sue mani si muovono attorno come attrezzi da costruzione, veloci quanto la pala meccanica Bobcat trasporta detriti dai colonnati centocinquanta metri più in là, sacchi di sabbia e pietre e borse di alimenti marciti, i detriti della guerra. “Ci stiamo preparando ora a portare la macchina per muovere le pietre del minareto e metterle insieme e cominciare a costruire il minareto in modo quanto più possibile uguale all’originale”, dice. “Forse alcune delle pietre non potranno essere riusate perché sono in frantumi. Dovremo trovare nuove pietre forse da altri siti antichi. Se sarà necessario possiamo far apparire le pietre nuove uguali alle vecchie. E’ un compito vasto ma riteniamo che il nostro lavoro principale consista nel ricostruire il minareto”.

L’atrio della moschea con la sua geometria di pietre nere e bianche è in larga misura sopravvissuto e anche se Kurdi e si suoi uomini sono stati costretti a murare temporaneamente parte di un colonnato e a sostenere con barre di ferro due pilastri in bilico, gran parte della struttura è – si può usare di dirlo? – “ripristinabile”. Ci sono perfidi incavi di pallottole nei magnifici candelieri di bronzo con le loro scritte coraniche nel colonnato, e pietre della muratura bucherellate da fori più crudeli di quanto un’epidemia di vaiolo lascerebbe su un volto umano. Un tempo questo era stato un tempio pagano e poi una basilica romana, una chiesa bizantina – lo schema è familiare nel patrimonio culturale siriano – e poi, sotto gli Ummayad nel 715 d.C., una moschea.

C’è, forse, un qualche conforto nel sapere che la distruzione della Grande Moschea di Aleppo e del minareto è un evento ricorrente nella storia antica? Fu costantemente attaccata, ricostruita dopo l’incendio del 1159 da parte di Nureddin e poi distrutta totalmente dai mongoli nel 1260. Ma si presume che noi siamo migliori delle orde mongole. Fra l’altro ci sono minori califfi che forniscano il denaro per un simile lavoro nel ventunesimo secolo. E così arriviamo alla misteriosa generosità della Cecenia.

Tutti quelli che lavorano alla moschea dicono di averne sentito parlare. Nessuno ammette alcun contatto con i ceceni. E tutta materia del ministero siriano degli affari religiosi, dicono. Ma la recalcitrante provincia della Russia ha molto a che fare con la moschea di Aleppo di questi tempi. Il mufti capo della Cecenia, Salakh Mezhiyev, è venuto qui a condurre le preghiere per una delegazione di funzionari ceceni. La Fondazione Kadyrov, amministrata dalla famiglia di Ramzan Kadyrov, il capo ceceno già ribelle e diventato lealista, sta apparentemente finanziando la ricostruzione di Aleppo con 5,5 milioni di sterline nel giro di un anno, una piccola cifra che, se si deve credere alle cifre di esperti stranieri più versati in architettura, è molto meno di metà della somma necessaria per il restauro. Ma, inutile dirlo, fa fare bella figura alla Russia. Se Mosca può distruggere la Siria, come affermano gli statunitensi, può anche contribuire a ricostruirla. Rapporti russi che informano che la Fondazione Kadyrov non pubblica dati finanziari a eccezione di uno stato patrimoniale del 2015 ammontante a 19 milioni di sterline e che i ceceni sono obbligati a sottoscrivere i progetti di Kadyrov con parte delle loro entrate, non sono riusciti ad arrivare alla stampa o alla televisione siriana.

E’ meglio tornare a Mustafa Kurdi e al suo amore per la Grande Moschea. “Quando siamo entrati per la prima volta nella moschea [dopo la caduta di Aleppo est lo scorso inverno] la biblioteca della moschea era piena di pietre e macerie e pezzi di ferro e legno spezzato”, dice. “Adesso ne abbiamo ripulito il 95 per cento. L’università di Aleppo ha fatto tre rilievi topografici tridimensionali dei siti e il colonnato orientale è ora in corso di riparazione. Questo aprirà la via al suk orientale. Dovete capire che la difficoltà in tutto questo sta nel ‘valore’ storico, dell’eredità culturale. Questa è una struttura vivente – un luogo di preghiera – e non la si può lasciare in queste condizioni. Se la mia casa fosse come questa moschea non ci vivrei”.

Ma il ragionamento di Kurdi è più sottile di quanto possa sembrare. “Abbiamo i materiali e l’esperienza per far fronte a danni di questo genere, ma dobbiamo ricordare che quando la moschea sarà restaurata tornerà tutto il resto, non solo quelli che pregano ma anche persone che fanno acquisti e si fermano a riposare sotto il colonnato, perché la moschea è il cuore di quest’area. Questo non è soltanto un simbolo religioso. E’ un luogo sociale, parte della nostra cultura”.

Era a casa ad Aleppo est, dice, quando ha saputo del crollo del minareto. “Sul volto di mia moglie sono scese le lacrime”, dice. “Poi, in questi ultimi mesi ho visto ragazzi di 16 o 17 anni venire qui ad apprendere quello che era successo. Alcuni dei più vecchi piangevano. I più giovani stavano in silenzio. Portavo qui mia figlia quando era molto più piccola; aveva otto o nove anni quando è successo questo, ma ora dice: ‘Mi ricordo di questo posto’”.

Non ci sono dubbi su chi Kurdi ritenga colpevole. “Sono tutti questi combattenti che hanno attaccato questo luogo. Come si può costringere la gente a lasciare le proprie case e i propri focolari? Io stesso ho lasciato la mia casa nell’area di Saef al-Dowla e non sapevo dove andare. Perché le milizie hanno attaccato le nostre case e i nostri focolari? L’islam dice che è vietato entrare in una casa senza permesso. E questa moschea è più importante di ciò. Dopo quattro giorni ho lasciato la mia casa a Saef al-Dowla con solo i vestiti che avevo addosso.”

Per caso ero a Saef al-Dowla lo stesso giorno in cui Kurdi è fuggito dalla sua casa. Non lo ricordo, ma ho visto altri uomini e donne lasciare le loro case e chiedere ai soldati se sarebbero stati protetti se fossero rimasti. Cecchini attaccavano anche i soldati. Era un’area di classe media, ora nuovamente sotto il controllo del governo, anche se le imprecazioni di Kurdi riguardo all’”entrare in una casa senza permesso” fanno venire in testa una domanda. Queste istruzioni islamiche non sarebbero applicabili anche, ad esempio, alla polizia statale? Questa non è stata una domanda che Mustafa Kurdi si è posto. Ha portato la sua famiglia nella casa di sua zia ad Aleppo ovest, in origine abitando in un’unica stanza. “Vivevamo tutti lì. Poi un giorno mio fratello è andato a trovare nostra madre e nel tragitto è stato colpito da una pallottola che lo ha ucciso e ha lasciato quattro figli”.

E l’anima di ciascun figlio, sicuramente, vale più di una moschea. No, questa non era una domanda da porre a Mustafa Kurdi. “Abbiamo bisogno di un’anima”, ha detto. “Quando Aleppo sarà ricostruita lo sarà per l’amore del suo popolo. Ho visto oggi persone nelle strade distrutte mettere sedie di fronte ai loro negozi, anche se i negozi sono stati distrutti. Gradualmente ripuliscono tutto. Aleppo sarà ricostruita dalla sua gente. Dobbiamo rivedere Aleppo, tutta intera, perché altrimenti continueremo a sentirne la mancanza. Un poeta ha scritto un tempo che per l’“l’entusiasmo nel vedere” era sufficiente per una persona un solo sguardo alla città, ma per quelli che ci vivono, anche se la guardiamo costantemente, non è sufficiente”.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/a-syrian-community-begins-to-rebuild/

Originale: The Independent

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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